“Il federalismo fiscale sarĂ a regime nel 2016″ di Girolamo Ielo
martedì 5 maggio 2009 09.44“Il federalismo fiscale sarĂ a regime nel 2016″
di Girolamo Ielo, esperto di finanza territoriale
Il Parlamento ha pronunciato il si definitivo sul cosiddetto federalismo fiscale. Entro due anni verranno emanati i decreti di attuazione, e dopo un lungo periodo transitorio, con il 2016, sempre che non verrĂ cambiato, la riforma entrerĂ in vigore.
Si tratta di una vittoria politica della Lega Nord, che però dovrà spiegare ai veronesi, ad esempio, perché Reggio Calabria diventa città metropolitana e Verona rimane una città ordinaria, pur avendo il doppio di abitanti, ai tutti i sindaci del nord, a cui erano state fatte tante promesse, perché non è stata definita la compartecipazione comunale all’Irpef e agli italiani che senso ha parlare di federalismo fiscale quando non si mette mano alla riduzione dei vari gradi di governo locale, come ad esempio la soppressione delle Provincia, cui la stessa Lega, divenuto un partito di governo, è contraria.
L’approvazione è avvenuta in un clima bipartisan, ad esclusione dell’UDC. Non è una novità . Quando c’è da votare un messaggio politico, con contenuti molto approssimativi, ognuno vuole avere una parte di successo, per evitare una vittoria esclusiva ad una sola parte politica.
Siamo in presenza di una situazione paradossale. L’autonomia fiscale dei comuni si esercita con tributi propri e con la possibilità di manovra sulle addizionali a tributi erariali. Ebbene il governo e la maggioranza che lo sostiene ha dimezzato, con l’introduzione dell’esenzione ICI sulle prime case, l’autonomia in questa imposta(senza peraltro rifondere le casse comunali del perduto gettito) e ha soppresso fino a data da definire la possibilità di modificare l’aliquota dell’addizionale sull’Irpef. Federalismo annunciato con la riforma e federalismo negato con provvedimenti in vigore.
Sulla inconsistenza della riforma se ne accorto persino il ministro Roberto Calderoli che il giorno stesso del si definitivo in una intervista ad ItaliaOggi promette che in un prossimo decreto legge ci sarà a favore dei comuni la compartecipazione IVA e la cedolare secca sugli affitti. Ed allora perché questa riforma roboante, quando poi per la concretezza si annuncia un decreto legge che dovrà integrare la riforma stessa, appena nata?
Come abbiamo avuto modo di dire sulle pagine di questo quotidiano l’iter riformativo non è stato corretto. E come se si fosse messo il tetto ad una casa che sta per crollare. Forse, prima di pensare al tetto sarebbe stato più convenevole ristrutturare l’edificio. Prima di parlare di finanziamento a favore degli enti locali perché non si è fatta la riforma dei vari gradi di governo locale, sopprimendo le province, le comunità montane, le unioni tra comuni e tanti enti periferici inutili ed accorpando e sopprimendo tanti uffici periferici dello Stato? Perché, prima del federalismo, non si sono chiariti i compiti degli enti locali anche al fine di evitare doppioni ? Da questi interventi ci sarebbe stata una chiarezza dei compiti e delle funzioni, con evidenti e corpose economie. Invece il governo e la quasi totalità dei partiti hanno preferito impegnarsi su una riforma ridondante.
Il federalismo fiscale, quello vero, si basa su una regola ben precisa “pago, quindi controllo e pretendo”. Che in termini pratici vuol dire pago direttamente al comune le imposte e le tasse, so che cosa debbono finanziare, e pertanto ho la possibilità di controllare che fine fanno i miei soldi e posso pretendere la erogazione dei servizi, altrimenti mi regolo di conseguenza al momento del voto. Questa regola presuppone la presenza di tributi propri comunali (tipo l’ICI, la tarsu, ecc.) e addizionali sui tributi statali o regionali con la possibilità di variare in alto e in basso l’aliquota. Un insieme di tributi dove c’è chi paga e chi incassa. Nella riforma i punti di forza del federalismo sono le compartecipazioni a tributi erariali, dove l’intervento dei comuni è inesistente e non c’è la stretta connessione tra comuni e cittadini-contribuenti, e i trasferimenti statali, che verranno calcolati sui costi standard, dove i cittadini-contribuenti pagano tributi erariali e poi lo Stato trasferisce parte del gettito alla periferia.
In tutta la faccenda c’è stato il silenzio del ministro dell’economia, Giulio Tremonti, quello che doveva dare i conti sui costi della riforma. Al silenzio del ministro si unisce il consenso un po’ generalizzato sulla riforma. In genere il consenso ci sta a significare che non si è stati colpiti, a livello finanziario. Tutti gli enti locali dalla riforma vedono maggiori entrate e trasferimenti. E non si sa da dove possono arrivare queste nuove disponibilità finanziarie.
