Al teatro Verdi di Sassari tutto esaurito per Il giardino dei Ciliegi
Martedì 29 Gennaio 2008 14.25
Elogio delle illusioni: una nobiltà rivendicata inutilmente rispetto al mutare delle stagioni alterne della vita, le attese di una famiglia imbiancata come il ciliegio, riferimento costante della storia, ingessata nei ricordi e affogata in un mare di rimpianti. In questo melanconico quadro ieri è andata in scena al teatro Verdi di Sassari, la prima de Il Giardino dei Ciliegi (stasera la replica alle 21). Gremiti platea e loggioni, il Verdi registra il tutto esaurito per il secondo appuntamento della rassegna di prosa regionale organizzata dalla Cedac. Quattro atti di Anton Cechov interpretati da una compagnia di nove ottimi attori fra i quali eccelle su tutti la splendida prova del protagonista Ida Marinelli nei panni di Ljubov Andreevna. La produzione Teatridhitalia (compartecipata con il Teatro La Nuova Fenice e Comune di Osimo e Amat), mette in scena Elio de Capitani nel ruolo di Gaev, impavido e rampante avvocato di famiglia che destreggiandosi nelle pieghe di sentimentalismi, torbide speranze e accanite povertà , sfrutterà la comune radice popolare per capitalizzare la posta in gioco. La tenuta dei nobili in disarmo, messa all’asta e conquistata con pochi soldi, compreso l’immanente giardino di ciliegio, sacralizzato come quello dell’Eden. Nei disperati tentativi di derubricare una realtà inderogabile (la perdita della casa natale), il giardino (mai incluso sulla scena) diviene luogo ingombrante nella vita delle più giovani generazioni. Decise a recidere i cordoni che li attanagliano ai rami di un albero che non produce più frutti. Così Varja (Elena Russo Arman), Piscik (Luca Toracica), Anja (Angelica Leo) con lo squattrinato e pomposo Lopachin (il regista Ferdinando Bruni) saranno, loro malgrado, gli artefici della svolta pur dolorosa che li vedrà elaborare il lutto profondo (la casa, la terra, gli affetti), nel trasloco verso l’incognita vita urbana. Sullo sfondo i residui di una lotta di classe, spazzata dalla prima rivoluzione russa che affranca drammaticamente i servi dai padroni, nel linguaggio chiaro dell’autore.
Il testo è impegnato e cattura molta attenzione nel pubblico. Mai “bucata” la distanza aurea fra palco e spettatori. Nonostante l’animosità della trama in ribalta, (compare anche un cagnolino nel cast), la scansione dei tempi è piuttosto statica, ma lo spettacolo non prevede, giustamente, mediazione con lo spettatore che, dopo oltre due ore di recitazione, non si risparmierà nel lungo applauso, per le ripetute uscite degli attori. Risultato raggiunto a pieni voti: l’opera è bella e fa pensare.


